Thursday, July 9, 2015

Homework: La Leggenda Dei Monti Naviganti di Paolo Rumiz

A második szakom az olasz, és sajnos nagyon kevés anyag van az interneten, ami segítheti a munkám, már csak ha forrásokról beszélünk. Ezért is gondoltam, hogy megosztom a javított esszéimet, hátha tudok másnak segíteni velük!
My second major is Italian and, unfortunately, there is very little material available on the internet that can help my work, and I am mainly talking about secondary sources. That's why I thought that I would share my corrected essays, maybe I can help others who share my topics!
Studio anche italiano, inoltre all'inglese, e purtroppo, non vi è molto materiale disponibile su internet che può aiutare il mio lavoro, e mi riferisco soprattutto a fonti secondarie. Ecco perché ho pensato che avrei condiviso le mie recensioni e composizioni corretti, forse posso aiutare altre persone che cercano di scrivere o fare presentazioni su i miei stessi argomenti.
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“La Leggenda Dei Monti Naviganti” di Paolo Rumiz
           
Scrittore e giornalista Paolo Rumiz parte per un’avventura, un viaggio di circa 8.000 chilometri che inizia a Trieste, dove le Dolomiti si specchiano nel mare e arriva fino ai monti calabri degli Appennini, lungo tutte le Alpi che s'incrociano coi monti sopra Cuneo, e poi, in Liguria, con le valli dell'Oltrepò. Il libro e diviso in due parti, e ciascuna di esse in otto capitoli.
            Rumiz parte dalla Croazia, nei pressi di Fiume, dove va a cercare l’inizio delle Alpi e si capisce subito che i croati non sapevano proprio di essere una nazione alpina. Comincia l’escursione con la visita dei luoghi della Prima Guerra Mondiale, tra cui Isonzo, e ascolta testimonianze dei sopravvisuti alla guerra. Poi sente storie di orsi – un animale che ritorna sempre nei suoi racconti – numerosi in Slovenia, che non solo vengono importati, ma spesso vanno fino in’Italia per soddisfare la loro curiositá. Il viaggio prosegue con una camminata in montagna in Carinzia con Jörg Haider (politico austriaco, leader del partito conservatore: FPÖ - Partito della Libertà austriaca).
            Arriva poi nella valle del Vajont. Accompagnato dall’alpinista Mauro Corona, camminano verso la frana che causó la tragedia del Vajont. Nel 1963 una frana partita dal sovrastante Monte Toc devastó la struttura della diga, appena terminata tutta l’acqua racchiusa la scavalcó poi – come un diluvio di proporzioni bibliche – scese a valle e trascinando via i paesi lungo il suo percorso. Oggi, dappertutto, si vedono orme di cervi che camminano su una terra che per molti é un cimitero. Corona viveva in uno di quei paesi e perse la propria famiglia. “Prima del lago, qui c'era una forra e in fondo vi confluivano tre torrenti. Intorno c'era un inverso. A destra i mulini, a sinistra le segherie. «Lì era la casa di mio nonno, là quella di Cate, lì c'erano gli Scarpa.» Mauro disegna a memoria la geografia delle cose perdute. «Lì i Ninin, là Dina, i Pietrin. E poi i Menolin, le Spesse. E la casa dei Paul, omoni dalla forza leggendaria. Uno di loro lottò con un orso, a una fiera in Carinzia. E vinse»” (p. 50). Tanti anni dopo il disastro, la diga é in perfette condizioni perché l’Enel spende soldi a mantenerla, nonostante a causa di frane l’area intorno sia pericolosa e, piú importante ancora l’acqua non abbia mai raggiunto lo stesso livello. L’autore si arrabbia sopratutto per il fatto che quell’incidente pare essere stato dimenticato, benché abbia portato con sé una devastazione di livello immenso.
            Rumiz continua il suo viaggio e si trova nel traffico bloccato della pianura veneta. La pianura é vuota e le acque dalle montagne scendono piú in fretta, in meno di sei ore, gli fu detto. Conosce Giovanni Parolin, che gli racconta di come fu cacciato insieme alle sue pecore da politici che non ne sapevano niente della vera geografia dell’area. Questa risultó nella desertificazione del Piave. L'estinzione dell'agricoltura e della cultura del mondo contadino. Segue l’arrampicata insieme a Mario Rigoni Stern, scrittore e veterano della Seconda Guerra Mondiale, per poi perdersi alberi del legno adatto a costruire violini. Nel bosco ascoltano insieme attentamente, perché anche gli alberi suonano!
            Ed ecco come ombre nella notte che mettono paura persino a un rottweiler, gli orsi del Trentino si fanno vivi. Rumiz ascolta un dibattito tra quelli che sono capaci di convivere con gli orsi, e quelli che sono contrari alla coabitazione. Mi é piaciuto molto questo capitolo perché descrive come, anche gli orsi, si spaventino quando vedono l’uomo, benché non abbiano problemi ad avvicinarsi e a rubare loro il mangiare. É proprio questo il problema dei contadini, quando pecore e polli spariscono. Ma é, comunque, divertente immaginare un orso urlare dalla paura come una persona quando incontra un essere umano vicino a un pozzo.
            Rumiz fa poi conoscenza con Ryszard Kapuściński a Bolzano. Cominciano a parlare, e il giornalista scrittore polacco gli racconta del dolore che prova, quando la gente gli dice “raccontaci qualcosa”. Ha avuto tante avventure ma in quei casi si sentì come un pagliaccio creato con l’intento di divertire la gente e, in un certo senso, l’importanza del suo lavoro in quei momenti perdeva rispetto. Segue il viaggio in treno da Verona verso Monaco di Baviera, un viaggio che sembra un’eternitá su un treno praticamente deserto per il quale quasi non riuscí a comprare il biglietto. Il vagone su cui era salito aveva le porte automatiche e una era rotta. Faceva uno strano rumore di fischio ogni volta che si chiudeva, ma il problema era solo che non si chiudeva bene.
            Il viaggio si sposta nella valle di Ötz, dove scomparve Herr Helmut Simon, scopritore di Ötzi e là ascolta due versioni della stessa storia, cioé di come la provincia di Bolzano riuscì a sottrarlo all'Austria. Ötzi é una mummia che si era preservata per millenni nel ghiaccio della valle di Ötz. Ci furono molte discussioni su chi lo avesse scoperto e a chi appartenesse veramente: il paese in cui si trova la valle, oppure la nazione dello scopritore? Si puó decidere da soli, ma rimane il mistero di dove sia finito Herr Helmut, e se, ossessionato dalla sua mummia abbia cercato la stessa fine.
Segue la salita in bici verso il passo dello Stelvio, il più alto valico lastricato delle Alpi Orientali e il secondo più alto delle Alpi, a soli 13 m al di sotto del francese Col de l'Iseran. Il viaggio continua in treno in Svizzera attraverso il cantone dei Grigioni: “Il trenino svizzero lo riconosci prima dall’odore. Non emana quell’amalgama stagionato di piscio, diserbante e sudore che regna nelle nostra stazioni” (p. 108). Incontro con Fausto De Stefani, alpinista conquistatore e poi incontro con Walter Bonatti, uno dei più grandi alpinisti del mondo.
            Nella valle Bavona, invece, vede una cosa strana, sì, un’altra frana, peró le persone ci vivono dentro. Non si sono mai lasciati sconfiggere dalla loro posizione geografica. Lo scrittore passa la notte a scrivere, “e a Bavona quando piove, piove sul serio” (p. 133-4), e racconta di ció che ha sentito la sera prima. In un bar comincia a parlare con un avventore che gli racconta di quando le compagnie dell’elettricitá erano arrivate nella valle e offrivano lavoro ai contadini: lavorare sulle dighe pagava molto meglio, ovviamente, e risultó che la gente cambió mestiere. E, infatti, quando le dighe divennero autonome, le persone rimasero senza lavoro e senza conoscenza del loro vecchio mestiere. Eccezione la Valle di Bavona, che rifiutó l’elettricitá anche quando la diga gli fu regalata gratis. L’autore dice, che se si vuole stare al buio, é qui che si deve venire. La Valle Bavona si sostiene con la propria agricoltura e i contadini vivono insieme ai loro animali, ma non tutte le valli delle vicinanze furono cosí fortunate.
            Se qualcosa si distacca dal monte, non lo si puó mai piú riattacare. L’autore si trova sul ghiacciaio del Belvedere che si muove ad una velocità di trecento metri all'anno a causa del cambiamento del clima. Segue l’incontro con Genulin, “vai dal Genulin!” (p.141), patriarca e memoria storica del paese di Curino in provincia di Biella. Genulin, piú che un uomo é una biblioteca e racconta la propria storia come se fosse successa il giorno prima. Su uno dei sui tragitti ebbe la fortuna di conoscere la storia di Francesco Bider, “una volta che il male lo riconosci, devi affrontarlo” (p. 146), operaio del biellese, che si arruolò volontariamente nel Esercito di Liberazione del Kosovo e morì in guerra. Pernotta poi all'Ospizio presso il passo del Gran San Bernardo, che é sempre aperto per soldati, alpinisti, e ogni singola persona che cerca un tetto sopra la testa per la notte.
Segue un’altra tragedia, quella ai piedi del Monte Bianco: la catastrofe del 1999, quando un camion prese fuoco nel tunnel della montagna. Il tunnel é lungo oltre 200 km e, all’inizio fu costruito su richiesta della gente. Dopo l’incidente peró, fu presa la decisione di deviare il traffico pesante. Ne seguí, che si ricominciò a sentire il suono di ruscelli e a vedere fiori che non erano coperti di carbone. Nonostante l’intento iniziale fosse quello di collegare le due parti del Monte Bianco, non ne era valsa la pena per tutta la distruzione che il tunnel ha causato. Gli italiani erano pieni di speranza, perché dopo l’incidente il problema divenne nota a livello europeo e le compagnie francesi che costruivano quei tunnel avevano le mani legate. Gli italiani cercavano di sottolineare che il tunnel non era sicuro nemmeno prima di essere aperto alle macchine: troppo lungo, basso e la ventilazione non funzionava bene. Si aggiunge pure il fatto che prima del tunnel c’é una salita, e le macchine arrivano con i motori surriscaldati. Insomma, la catastrofe é destinata a ripetersi.
            L’autore si sposta quindi nei pressi del Gran Paradiso e per strada discute con un locale sul declino della vita montana dovuta all'industrializzazione; quest’ultimo gli dice che i montanari non erano fatti per lavorare in industrie: sono anche loro selvaggi. E quando la gente ha cominciato a spostarsi in pianura, le donne li hanno seguiti. Infatti, racconta che ha 65 anni é non si é mai sposato, perché anche se le donne hanno cominciato a ritornare, sono diverse e la vita in cittá le ha cambiate. Poi, fa l’esempio dell’Olivetti più rispettosa della Fiat della cultura montanara, perché non voleva che i suoi operai dovessero muoversi. Mandavano ogni mattina un autobus a prendere gli operai e li portavano anche a casa. Ma la vita cambió e con essa anche la faccia dell’industria.
La fine del capitolo narra l’incontro con Diego De Castro, testimone dell'inizio della Grande Guerra; Rumiz lo conosceva bene e tornava da lui ogni volta che aveva bisogno di informazioni. L’uomo aveva una memoria di ferro, e raccontava della propria infanzia, come fosse successa il mese prima. Prima della sua morte, fece scrivere a Rumiz quattro volte il proprio necrologio.
Poi Rumiz si mette in sella, e va in bici sul Colle dell'Agnello alla vigilia del Giro d'Italia del 2001, e, quindi Infine, viaggia in bici fino a Nizza e poi l’autore decide di tornare in Italia, sentendo che gli Appennini lo aspettano.
Nella seconda parte del libro racconta come gli era venuto in mente l’idea del viaggio quando mentre visitava il nuovo traforo per l’alta velocitá tra Firenze e Bologna per un servizio giornalistico. Partì quindi per esplorare gli Appennini su una Topolino, una piccola macchina, abbastanza lenta da permettergli di apprezzare il paesaggio.
Il viaggio comincia in Liguria, ai passi di Faiallo e del Turchino, insieme all’amico Albano Marcarini. Prosegue verso il Piemonte nel Dova Superiore, dove i due incontrano il parroco don Luciano, che racconta loro che in quei piccoli paesi italiani il parrocco é piú importante del sindaco! Ma, purtroppo, molti di quei posti furono abbandonati e la cultura locale si sviluppò, e in un certo senso si é persa.
Purtroppo la macchina ha qualche problema, e bisogna far arrivare una dinamo di ricambio da Bologna. Dopo averla ricevuta, Rumiz stenta a credere che arriverá fino in Calabria. La sua tappa successiva lo porta nella provincia parmense, a Noveglia, chiamata dai suoi residenti il posto“dove il mondo finisce”. Rumiz non ci crede molto, ma vede poca gente e una signora gli spiega che dipende da degli animali: per ripopolare l’area sono stati portati serpenti, vipere e poiane e non é piú possibile lasciare libere neanche le galline. Lui reagisce dicendo: “Di nuovo animali! Mi sento un monaco amanuense che sfoglia un bestiario mediovale” (p. 214). Il viaggio continua attraverso le Alpi Apaune, dove racconta di una lotta partigiana, in cui nel 1945 le donne attirarono le truppe tedesche in una trappola e poterono disarmarli completamente.
Dopo essere passato dalla Toscana in Emilia per l’Abetone, Rumiz racconta di italiani emigrati, a cui seguirono da ricordi della Seconda Guerra Mondiale. Prima visita il cimitero tedesco sul passo della Futa, poi, a Predappio, la cappella di Mussolini e a Meldola si ferma per la commemorazione di Antonio Carini, conosciuto come Orso, un eroe partigiano membro del Comando Generale delle Brigate Garibaldi, massacrato dai fascisti.
Entrati nelle Marche arriva un temporale e Rumiz con il compagno Franco Poselli sono costretti a fermarsi a causa dell’acqua del temporale che era entrato in certe fessure dell’auto. Siccome il tempo non migliora, non vuole ripartire accompagnato con la macchina, parte in un’Ape a tre rotelle, che portò Rumiz a visitare una cappella costruita dalle stesse mani dell’autista. Ginetto é stato internato in Germania durante la guerra, e soppravvissuto, costruì la cappella con le pietre di una vecchia chiesa e la dedicó ad un santo – sicuramente lo stesso che gli aveva salvato la vita, dice l’autore – per potersi poi sposarci. Sicuramente aggiunge Rumiz finché ci sará Ginetto, a San Severo i santi ci saranno sempre.
“Ma in questo angolo del Lazio, attorno al Terminillo e ai Monti Reatini, non trovo nemmeno la consolazione di uno straniero; il vuoto umano é totale” (p.264), dice mentre passa tra i monti Sibillini e i Reatini, dove c’erano voci di negromanzia e di etruschi. Villa Pulcini sembra deserta, ma solo perché la gente era in chiesa e dopo la messa Gina, la proprietaria della locanda si diverte a raccontargli la storia del paese, essendo il suo unico cliente. Ci vivono gli ultimi praticanti della tradizione orale della sfida poetica all’ottava rima. Anche lei é figlia di di un poeta, e gli comincia a fare rime, una dopo l’altra. Il viaggio prosegue, ora insieme al figlio Andrea, con cui arriva in Molise, descritto come un paesaggio svizzero ai piedi delle Alpi. Una regione assai unica, che dovrebbe appartenere all’Italia del Nord, invece é persa nel Sud-Est della penisola.
Sulla statale 17 deve attraversare la prima parte del viaggio su un tratto rettilineo. Si era promesso solo colline e montagne, niente pianure, eppure deve sorpassare quel tratto. Si sente stanco, e guardandosi nello specchio “mi scopro identico a mio padre” (p. 292). Racconta che pure la macchina é identica alla sua e ricorda che gli faceva il letto sul sedile posteriore prima di partire, dove lui dormiva a cuccia.
Vuole fermarsi a riposare, ed ecco che ritornano le colline e arriva ad Aquilonia in Campania. Quel paese era chiamato Carbonara, ma fu rinominato per punizione da Vittorio Emanuele II per la sua opposizione all’Unitá d’Italia. Non solo fu l’unico nella storia a ricevere un trattamento cosí, ma poi venne anche distrutto da un terremoto nel 1930, come se la sfortuna fosse proprio nata e rimasta in quel posto. Segue la Basilicata, e poi il rientro in Campania dove si ferma a Calitri, paese d’origine della sua famiglia. Alla fine del capitolo parla della Topolino, e racconta di come non sapeva se la sua macchina fosse un maschio o una femmina. Comunque una signora vera e propria! La gente a sud gli fischiava dietro, tutti la volevano guardare, da davanti, da dietro, e perfino i camion lo lasciavano passare. Il momento piú divertente fu peró quando anche i vigili lo fermano per poter ammirare la macchina, ormai ritenuta una classica.
L’ultimo capitolo comincia con una descrizione che, chiunque abbia giá viaggiato per le autostrade italiane ha conosciuto: gli automobilisti guidano al centro della strada. Arriva poi, allo stretto di Sant’Eufemia e Squillace, dove il vento di nord-ovest del Tirreno incontra lo Ionio, e “accelera come il Danubio sotto il Monte Gellért a Budapest” (p. 329). Infatti gli si dice che in questo posto sullo Ionio ci si muore e non ci dovrebbe andare. A Reggio Calabria, la paura che aveva al primo guasto dell’auto diviene realtá e la macchina si ferma di nuovo, ma fortunatamente incontra per caso un escursionista che la sa aggiustare. A questo punto del libro si sente che anche l’autore vuole arrivare a un lieto fine; e quando arriva al punto piú a sud della penisola, dopo aver attraversato la stessa strada che fece Garibaldi nel 1862, vede che attorno a lui – tenendo conto di tutto il viaggio e tutto quello che ha visto, tutto il movimento - l’immagine davanti agli occhi sembra una fotografia ferma.

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